Un anello in giada e oro montato su un ampio cabochon ovale di giadeite verde acqua, a castone chiuso entro un bordo dorato. Tutt’intorno, una corona di piccole pietre bianche incastonate una a una, e quattro perle bianche ai quattro punti cardinali. Il gambo è aperto sul retro e si regola al dito.
In quattro righe
- Grande cabochon ovale verde acqua, castone chiuso in un bordo dorato.
- Corona di pietre bianche e quattro perle, nessuna identificata.
- Gambo aperto: nessuna misura da scegliere, si regola al dito.
- Incastonato, quindi non pesabile: non sarà pubblicata alcuna cifra, e la scheda lo dice.
Che cosa vuol dire qui «giada e oro», e che cosa non vuol dire
È il nome con cui il mercato vende questo tipo di anello, ed è quello che la gente digita. Lo tengo. Ma non lascerò credere che indichi oro massiccio, né tantomeno uno spessore di placcatura garantito.
Quel che so: il metallo è dorato. Quel che non so: se si tratta di un placcato oro, di un vermeil, cioè di un argento dorato, o di un ottone dorato. Il mio fornitore non lo precisa, e la differenza è tutt’altro che piccola, sul prezzo come sulla tenuta nel tempo. Un ottone dorato si consuma in qualche mese di uso quotidiano, un vermeil dura molto di più.
Lo stesso criterio vale per gli altri sette pezzi «e oro» di questo catalogo. Il giorno in cui un fornitore mi darà una risposta scritta, comparirà nel rilevamento, e non prima. Io peso, non certifico.
Né le pietre bianche né le perle sono nominate
La corona conta una ventina di piccole pietre bianche sfaccettate, ciascuna nel proprio castone. A quella dimensione, uno zircone cubico, un topazio bianco e un diamante si somigliano, e servono una lente e l’abitudine per separarli. Non li chiamerò con nessuno di quei nomi.
I quattro elementi tondi e lattiginosi hanno l’aspetto di perle, con l’oriente che ne consegue. Ma una perla coltivata e un’imitazione in vetro madreperlato si somigliano molto in foto, e nulla mi dice quale sto vendendo. La scheda scrive dunque «perle bianche, coltivate o imitazione non precisato», che è brutto ed esatto.
Un gambo aperto, e perché non c’è una misura da scegliere
Le due estremità del gambo non si congiungono sul retro. Si infila facendolo scivolare dal lato del dito, poi si richiude con una pressione leggera. È il montaggio che perdona di più, ed è anche quello che non ha misura: non vedrà alcun menu sopra il pulsante d’acquisto.
Un consiglio: il metallo si affatica se lo si apre e lo si richiude tutti i giorni. Lo regoli una volta, e poi non ci tocchi più. Su un anello dalla testa così ampia, una regolazione troppo larga fa ribaltare la pietra sul lato del dito.
Il cabochon, e quel che costa il castone chiuso
La pietra è un ovale bombato, levigato pieno, di un verde acqua dolce e traslucido. Il castone chiuso è il montaggio più sicuro per un cabochon: nessuna griffe si impiglia, la pietra è tenuta su 360 gradi. Ha un prezzo, e ricade su di me: racchiusa nel metallo, la pietra non può più essere pesata.
Il verde della giadeite viene dal cromo, quello della nefrite dal ferro. I due minerali non hanno parentela ed è stato Alexis Damour a separarli nel 1863. Che cosa li distingue. La giada è tenace ma la sua durezza resta ordinaria: il quarzo della polvere, che vale 7, opacizza una cupola assai più sicuramente di un urto. Durezza e tenacità.
Un castone chiuso trattiene l’acqua sotto la pietra, e le perle non sopportano né acidi, né alcol, né profumo. Acqua tiepida, un sapone delicato, un’asciugatura completa, e il gioiello dopo il profumo. Mai ultrasuoni, mai vapore, mai solventi. La cura nel dettaglio.





